Emanuela Rossi

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Come è nato il progetto?

Due anni fa ho iniziato a frequentare una scuola di recitazione, metodo Actors Studio e qui ho conosciuto Antonio Palmese, Annamaria Teresa Ricci e Giorgia Mari, tre studenti della scuola, tre caratteri molto definiti su cui costruire una storia: un ragazzo bellissimo, una donna adulta sovrappeso ma con una grande forza interiore, anche di seduzione, e una ragazza carina con l’aria strafottente e dura.

Era il mio primo lavoro come regista, e per loro come attori, così all’inizio il mio piano era di lavorare senza una troupe professionale, solo io con la mia telecamerina. Poi, l’entusiasmo degli attori mi ha incoraggiato a impegnarmi in un progetto più grande, anche come produttore. E siamo arrivati al 35 mm.

Altra sfida che mi sono data all’inizio, è stata quella di raccontare la periferia. Credo che mai come oggi le periferie siano un crocevia di contraddizioni, di frustrazioni. Pierpaolo Pasolini l’aveva predetto, che il progresso non avrebbe giovato ai poveri, che si sentono sempre più distanti dal centro, e nello stesso tempo, con l’illusione del successo facile dato dalla tv, costantemente in tensione per avvicinarsi a questo centro.

 Il frutto di tutto questo è stata la storia di un uomo bambino che vive in una gabbia con una moglie-mamma. Sul perché si comporta così, io non ho spiegazioni da dare, ho cercato di evitare il racconto di quali traumi ci siano dietro al personaggio (il famoso fatal flow all’americana). Certo, ho lavorato parecchio sul tema della prigione psicologica, soprattutto della paura, che significa tante cose: paura di vivere, incapacità di essere liberi, paura di se stesso, delle proprie potenzialità.

Volutamente, non ho scelto nessun punto di vista e non c’è nessun giudizio morale. Nessuno in questa storia è buono o cattivo, ciascuno fa quello che può…

Il finale è triste. Però non c’è solo dannazione. Per questo, debbo molto agli attori. Confesso che all’inizio delle prove (teatrali, durate due mesi, con molte improvvisazioni) la mia visione della storia era più pessimistica, una sorta di messa in scena dell’Edipo, con la Madre Castratrice che stritola il Figlio in una tela di ragno. Ma poi il tema si è via via sviluppato, e Antonio e Annamaria/Carla, accettando di mettersi in gioco, mi hanno portato a capire la quantità e qualità di sentimenti che possono esserci in un rapporto di questo tipo.

Anche l’incontro con Alex, il bambino russo del quartiere Quarticciolo di Roma, che interpreta Francesco, è stato importante. Un giorno durante le prove mi ha detto: “Mi piace avere un papà così bello”! Molto più di me, il bambino aveva recepito il bisogno del suo personaggio di avere un padre, e di volergli bene, anche se gli ha rubato la madre: passaggio illuminante per capire la quantità di bisogni inespressi in questa strana famiglia.

Insomma, un film, Il bambino di Carla, costruito sulle persone vere: e credo che da questo scambio il progetto abbia assorbito verità.

 

Note di regia 

C’è un grande bisogno di amore, di essere curati ed accuditi in questo film. Soprattutto da parte di Antonio, che per questo bisogno così grande si è parcheggiato a casa di Carla da due anni e lì vive come in un limbo. Finchè incontra Giorgia, giovane, vitale – anche se anche lei non del tutto libera, ingabbiata com’è da false idee sul successo – che chiede al ragazzo di uscire allo scoperto, di liberarsi…

Passaggio apparentemente elementare, ma invece gigantesco per uno che ha paura di vivere.

Una storia d’amore, quindi, più precisamente un triangolo, quello raccontato ne Il bambino di Carla, che credo rifletta le dinamiche interne in molte coppie, in cui la paura di crescere, di vivere, costringe spesso a dipendenze, rinunce, paralisi molto forti. E proprio quest’idea della “paralisi”, di limbo, è stata la cifra anche stilista del film.

Fin da subito ho deciso per le inquadrature fisse. “Paralizzata”, la macchina era obbligata a produrre una specie di fotografie, come uno still-life (in passato, come giornalista, ho lavorato in una rivista d’arredamento!), testimonianza di una vita che non scorre, che non pulsa.

Analogamente, anche I dialoghi scarnissimi in scene a loro volta piuttosto brevi volevano essere come schegge di uno specchio rotto, su cui si vanno depositando via via I momenti fondamentali dell’esistenza dei protagonisti.

Questa rarefazione ha reso tutto un po’ irreale, simbolico. Da qui, nel lavoro con gli attori, ho sentito il bisogno di andare nella direzione dell’anti-realismo, dell’estraneamento, scelta che ovviamente è costata parecchio ad attori così all’inizio.

Lo stesso è stato per la scenografia e le inquadrature. La casa di Carla è stata ridotta a pochi oggetti, con i mobili essenziali. Per i colori, ho preferito i freddi.

Ma l’aspetto su cui mi sono più concentrata è stato, come dicevo, la ricerca del quartiere di periferia che m’aiutasse a rendere l’idea della prigione, della gabbia in cui sono intrappolati i personaggi. Ho girato a lungo con il motorino l’estate di quell'anno. Alla fine ho incontrato il quartiere Quarticciolo di Roma e ho capito subito che era perfetto, con I suoi palazzi con finestre strette come feritoie.

Un quartiere che però rimane nello sfondo, visto che Carla e Antonio, proprio per la loro condizione di solitudine, non hanno interazione con esso.

Ultima nota, sull’uso della pellicola. Ho a lungo riflettuto se scegliere il digitale o la pellicola. Alla fine ho optato per la pellicola perché era l’unica cosa che poteva dare una nota di vita, di cuore che pulsa, in questo mondo raggelato. Elemento necessario in una storia in cui, nonostante tutto, ci sono dei cuori che battono.

Emanuela Rossi

 

 

CAST

 

ANTONIO PALMESE

 

ANNAMARIA TERESA RICCI

 

GIORGIA MARI

 

ALEX MUNTEANU

 

 

 

CREDITS

 

Scritto e diretto

EMANUELA ROSSI

 

Prodotto

EMANUELA ROSSI

 

Suono

GIUSEPPE DI LASCIO

 

 

Direttore della fotografia

MAURO FALOMI

 

Montaggio

LETIZIA CAUDULLO

 

Suono in presa diretta

GIUSEPPE DI LASCIO

 

Scenografia

EMANUELA ROSSI

 

make-up artist

ELISA PAPETTI

 

musica                          

UMBERTO BINDI

 

Sound designer

PIERGIORGIO DE LUCA

 

 

Time 26' 52"

Anno 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

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